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Prefazione

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Stefano Disegni, Due ruote e una sella (e la vita è più bella) - la magnifica razza dei motociclisti ritratta a fumetti con precisione chirurgica e impietoso amore. Milano, 1991.


Prefazione di Carlo VERDONE:

PREFAZIONE

Si, sono anch'io uno dei tanti motociclisti incalliti che sgassano, imprecano, sfrecciano, s'imbottigliano in un traffico sempre più convulso e nevrotico.
D'altro canto non saprei come abbandonare la moto visto che le mie giornate si dividono sempre in lunghi percorsi dove gli stabilimenti cinematografici (situati in periferia) sono un meta quasi consueta.
So bene che finirò, a forza di usare il casco, per perdere quei pochi capelli che mi sono rimasti. So anche bene che difficilmente potrò presentarmi ad un appuntamento senza uno sbaffo di grasso, o un moscerino spiaccicato alla estremità di un occhio.
Tuttavia ho almeno la certezza che arriverò puntuale, anche a costo di montare su un marciapiede, spaventando una povera vecchia, o cercando di gabbare il vigile in un suo attimo di distrazione. Certe volte mi dico: "'Vedi, a forza di rappresentare i 'coatti' sei diventato come loro!".
E un po' è vero. Come quando quest'estate, di sera, ho accettato, chiaramente non identificato dal casco, di ingarellarmi su Corso Francia con un pischello che avrà avuto sì o no diciotto anni. Mi dava fastidio il modo strafottente col quale guardava, dal basso della sua ridicola centoventicinque, la mia elegante ed imperiosa Nighthawk 650.
Al verde schizzo a razzo e comincio a tirare le marce in fuori giri. Ma appena dopo aver infilato la quarta, una tragica sentenza si abbatte sul mio collo tanto da consentire al pischello di sfrecciare, tronfio, verso la vittoria.
Come colpita da una chiodata, (la mia cervicale si era bloccata, facendomi amaramente ricordare che avevo quasi quarant'anni. No, non mi sento affatto vecchio! Forse, qualche volta, ridicolo e un po' patetico, soprattutto quando abuso della moto per far credere a me stesso di aver quindici anni in meno.
Quando Stefano Disegni mi ha chiesto di leggere le sue divertenti vignette motociclistiche, confesso di aver riso molto.
C'è un indubbio spirito di osservazione sulla psicologia dei centauri di oggi e c'è anche, ahimè, un'identificazione con tante situazioni che paradossali non sono affatto. Avrò contato almeno una trentina di analogie che ho vissuto in prima persona tranne, lo giuro, quelle riguardanti il "il Kamasutra del motociclista".
Ma a proposito di eros e moto, vorrei ricordare un episodio che forse potrà arricchire la fantasia di Disegni.
Quando nell'85 stavo preparando il film "Troppo forte", feci spargere la voce che mi servivano almeno una trentina di "coattoni" dalla faccia dura in sella ad una moto "cattiva". Appuntamento ore 15 sul piazzale d'ingresso a Cinecittà.
Alle 14,30 il numero degli aspiranti era di circa trecentocinquanta, con grave preoccupazione della direzione dello stabilimento che aveva ordinato a tutti i suoi dipendenti di togliere gli stereo dalla macchine.
Comincio a passare in rassegna, come Saddam Hussein, quelle truppe di mercenari.
Dal "vichingo" (re dello scippo), all"'indiano" (re della "penna"), al "murena" (gran ricettatore). Ad un certo punto il mio sguardo si ferma su un omone colossale: cicatrice sulla guancia, orecchino al lobo, sette catene al collo, capello tirato con codino e un tatuaggio a caratteri cubitali su) petto con la scritta: "Donna che tradisce non merita perdono". Lo fisso a lungo, come avrebbe fatto Sergio leone, e gli dico: "Mi piaci". E dopo una pausa: "Che moto ci hai?". Con passo lento alla John Wayne, I'omone si avvicina ad una Harley Davidson super accessoriata (ci mancava solo l'angolo cottura) e con un calcio la mette in moto.
Subito comincia ad esibirsi nei numeri più pirotecnici del suo repertorio: eretto sul sellino senza mani; disteso supino con la testa sul fanalino; ed infine una dimostrazione di scippo con strappo di borsetta col collo del piede.
"Vedi Verdò, io qua sopra ce vivo, ce dormo e ce mangio...". "... Per me questa nùn è nà moto e basta. E' nà casa,... nà donna". Alquanto stupito da quell'ultima frase gli chiedo: "In che senso una donna?". Rimettendosi a cavalcioni la mette in moto e appoggiando il pube sul serbatoio comincia a sgassare a più non posso creando una vibrazione esagerata sul telaio.
Poi chiude gli occhi e sussurra: "lo m'arrapo solo così!"
Hai capito Stefano? Come vedi la realtà spesso supera la fantasia.

CARLO VERDONE


 
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